“Mi sento sola”: quello che le madri non dicono

Io non so se le madri sono state create per crescere da sole i propri figli. Credo che nel mondo animale succeda così. Ma l’essere umano è, a differenza degli animali, dotato anche di intelligenza, oltre che di istinto.

E allora, una madre che non ha aiuto alcuno per crescere il proprio figlio (tranne quello di un compagno che lavora tutto il giorno ed ha anche lui il suo bel da fare…), che rimane spesso in casa, da sola, a badare completamente a lui, che mette da parte i suoi bisogni, anche quelli primari, come mangiare di corsa prima di mettersi a letto perché lui è stanco e dorme solo attaccato al suo seno o semplicemente per fare una doccia… ecco, allora l’intelligenza, che ha sede nel cervello, rischia di andare a farsi benedire. Perchè il cervello, come recita un detto popolare, “è come un chicco di riso” e se è sovrastimolato, dà segni di corto circuito.

Dormire per molto tempo solo al massimo quattro ore per notte, badare quasi da sole ai propri figli, crescerli senza avere nessuno accanto che ti consoli, ti conforti quando non riesci a capire la ragione del loro pianto e temi di essere una cattiva madre, una madre inadeguata, ti destabilizza.Vorresti urlare, prendere a calci la prima cosa che hai davanti, vorresti gridare aiuto a chi potrebbe darti una mano e invece sembra non riuscire ad ascoltarla, quella richiesta disperata.

Si tratta di empatia o comunque di comprensione per esperienze vissute. Se manca la prima e non si condividono le seconde, si alzano muri che rendono la comunicazione impossibile.

Allora, una madre sola e stanca, tanto stanca, fa pensieri innaturali. Io voglio raccontare la mia esperienza, perché altre vi si riconoscano e ammettano il proprio disagio, perché solo assieme ci si può aiutare, anche semplicemente sapendo che non si è uniche a provare certe cose.

Il mio piccolo A. nasce con parto naturale, per fortuna senza alcuna complicazione: tornerei a partorire anche adesso, a dire la verità. Gioia immensa, A. sta benissimo, non vedo l’ora di tornare a casa con il mio bambino e mi immagino giorni pieni, viavai in casa, la catena umana di aiuti, amore puro da ogni dove per il mio piccolo.

Quattro giorni dopo, una mastite. Seno rosso, dolente, brividi da fare paura, febbre a 40. Io, con ancora freschi i punti dell’episiotomia. E in queste condizioni, mi ritrovo a cullare, allattare e addormentare A. Stress al massimo, stanchezza, dolore, A. che vuole essere confortato e introdotto con calma alla nuova vita e io che non ce la faccio. Vuoto e silenzio, attorno.

Mi riprendo dalla mastite e mi dico che ce la devo fare. Sono più calma, il dolore e la febbre, passati. Cullo e allatto a non finire A., canto continuamente, lo accarezzo e lui si calma insieme a me. Iniziamo a capirci. A. ha pianto solo il primo mese (adesso ne ha quasi 19 e i suoi pianti li posso contare sulle dita di una mano).

Non riesco più a capire se le giornate siano corte o lunghe. La sera mi vede stremata: per un verso felice perché ogni giorno in cui sono riuscita a mantenere la pazienza e a regalare al mio piccolo sorrisi, è un dono del Cielo.

Con A. ho trovato un codice di comunicazione perfetto: lo guardo e so già cosa mi sta chiedendo. Lo soddisfo subito e non per viziarlo: a pochi mesi di vita i bambini non hanno le capacità per fare i capricci o i dispetti, hanno solo bisogni.

Passo tutto il mio tempo con A. Lo allatto a richiesta, lo tengo attaccato a me per dormire, anche di giorno, perchè altrimenti dorme solo mezz’ora e non ce la posso fare, così. Ho imparato a riposarmi anche io, a ricaricare le pile, quando lui riposa. Qualcuno storcia il naso. Non ha importanza, l’importante è che – quando davvero sono troppo stanca e non ce la faccio più – non faccia quei pensieri brutti: “adesso mi sbatto la testa contro il muro…; prendo tutto e me ne vado, scappo via di qua…”. E ringrazio il Cielo per essere stata io il centro dei miei pensieri assurdi e mai il mio bambino!

Un respiro profondo. Uno sguardo ad A. Un sorriso: “non ti lascio da solo, amore di mamma… Non ti lascio da solo“. Canto. Canto per me e per lui, quando la stanchezza e la solitudine pesano troppo. E A. ride e sorride: passa tutto, quando A. sorride.

Ho imparato ad essere velocissima e ad approfittare del poco tempo in cui il mio bambino rimane sul passeggino e dentro al box (in totale non più di 15 min. al giorno) per sistemare casa e fare da mangiare. L’allattamento esclusivo a richiesta mi distrugge. Sono stanca, spesso ho capogiri. Ho paura di svenire mentre tengo A. Inoltre, forse a causa di questo stesso stress, ho un ingorgo mammario ogni mese: ancora dolore, ma non crollo, voglio continuare ad allattarlo!

Vorrei chiedere aiuto ma non so a chi. E a chi potrebbe esserci, non ci riesco perché quel muro è diventato ormai troppo alto. Non è colpa di nessuno, in questi casi. O ci “sei” o non ci “senti”. Inutile insistere.

Non so più se le giornate siano tutte diverse o tutte uguali. Entrambe le cose, forse: diverse con A., ogni giorno è un giorno nuovo; uguali nella voglia disperata di condividere quei momenti con qualcuno, di chiacchierare, ridere, piangere, sfogarmi con qualcuno che mi ascolti davvero e davvero mi aiuti: un pannolino cambiato, una ninna nanna mentre riesco a fare una doccia che duri un po’ più di cinque minuti, una pappa preparata o data, i piatti lavati, la scopa passata sul pavimento… per permettermi di pensare ad altro, magari a me stessa, per solo venti minuti. Niente.

Il crollo ormonale si placa. Pian piano riprendo il controllo di me stessa. Ringrazio il Cielo per essere riuscita a superare questa fase. Adesso, rimbocchiamoci le maniche, piccolo mio! Io e te. Siamo io e te e ce la faremo alla grande. Leggo favole, al mio piccolo; canto, suono la chitarra, gli faccio ascoltare musica e poi giochiamo tantissimo. Ma, soprattutto, ridiamo. Ridiamo e sorridiamo. Anche quando sono troppo stanca, anche quando vorrei dormire e lui vuole essere intrattenuto, anche quando lo metto sul passeggino per lavare i piatti del pranzo o della cena e lui si lamenta perché non ci vuole stare, anche quando finisco di cucinare e sono pronta per pranzare e lui decide che vuole tetta e nanna e io devo assumere posizioni innaturali sulla poltrona perché lui no, mica sta comodo in qualunque modo! E io mi ritrovo sdraiata, con una gamba ad est e una a ovest, con lui attaccato al seno e con uno sgabello accanto con appoggiato un piatto con del cibo che divorerei volentieri perché l’allattamento esclusivo a richiesta fa venire fame, tanta fame.

A. continua a crescere. Ad ogni scatto di crescita c’è una fase in cui diventa più impegnativo perché mi tocca comprendere le sue nuove esigenze. E allora, di pazienza ce ne vuole davvero tanta. Non sono una santa nè una mamma perfetta. A volte la perdo, e sempre di notte, quando il mio cervello ha bisogno di riposare e se ne va per i fatti suoi, se non lo si lascia fare. Ma ritorno in me presto, per fortuna.

Già, ho avuto fortuna. La fortuna di mantenere i nervi saldi, la fortuna di potere scegliere cosa volere per il mio bambino: la serenità, i sorrisi. Ma penso a quelle madri che non ce la fanno, che crollano e non riescono a dare ai loro i figli la tranquillità necessaria. E si sentono ancora più inadeguate di me, inadatte, cattive.

Vorrei abbracciarle tutte, queste madri. Vorrei chiacchierare con loro, ascoltare i loro sfoghi, dare loro un po’ di aiuto, una semplice carezza. Vorrei dire loro che nessuna madre è inadeguata, sono la stanchezza e la solitudine che la rendono insopportabile ai loro stessi occhi.

E allora, mi piacerebbe si riconoscesse ad ogni madre che non ha la fortuna di avere vicino qualcuno che la aiuti, un sussidio da parte dello Stato. Mi piacerebbe che si approfondisse, scientificamente, cosa accade a livello neurologico a una donna che dorme pochissimo la notte per innumerevoli mesi e quel poco che dorme, lo fa male perché il suo bambino ha bisogno di attaccarsi spesso al seno. Ad una donna che, da sola, deve pensare ad allattare e poi svezzare il proprio figlio, a cambiarlo 6/7volte al giorno, fare il bagnetto addormentare cullare giocare con lui vestirlo spogliarlo dargli la medicina e poi lavare i panni per lui e per mamma e papà cucinare pulire stirare ecc. in un tour de force che dura circa venti ore al giorno, per mesi, anni.

Andrebbe verificato tutto ciò e, visto che governano soprattutto uomini e gli uomini ragionano di più con i numeri e i dati, consegnare loro un dossier per la comprensione della difficoltà di una madre nel crescere da sole i propri figli. Ovviamente, i sussidi servirebbero a permettere di avere un aiuto in casa, anche solo un paio di volte alla settimana. Sarebbe già tanto, credetemi.

A chi, adesso, riterrà opportuno obiettare che le madri hanno sempre cresciuto i propri figli, ricordo loro che la solitudine nella maternità ha origini recenti perché fino almeno al primo dopoguerra la struttura della società ma anche l’organizzazione urbana permettevano la socializzazione tra famiglie e l’aiuto reciproco, anche per l’accudimento dei figli. Oggi, ci sentiamo da soli nei nostri palazzoni di dieci piani e spesso non conosciamo nemmeno il volto del nostro vicino di casa.

Alle madri che hanno avuto il coraggio di percorrere la strada della maternità, pur sapendo a priori di essere da sole, dedico tutti i miei pensieri più belli, le mie frasi più dolci. A quelle che non credevano di essere sole e poi ci si sono ritrovate e stanno per cedere o hanno ceduto, dico loro di avere coraggio e, almeno, di non sentirsi sole nel vivere questa condizione.

Abbiate fiducia, dolcissime mamme, questi anni passeranno in fretta e se tenete duro, oltre a rendere felici i vostri figli, aumenterete l’autostima e ne uscirete più forti, nessuno potrà sconfiggervi. Vi abbraccio, mamme… vi abbraccio di cuore.

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